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Raccontare il Matese – 1

“Sentieri nelle memorie di guerra”

Il cammino degli anarchici

Passi di: Natalino Russo. “L’Italia è un sentiero”.

*Foto Pastore

“Il 3 aprile 1877 uno sparuto gruppo di uomini si dà appuntamento alla Taverna Jacobelli, nel paesino di San Lupo, non lontano da Benevento. L’idea è di camminare attraverso il Sannio fino al villaggio di Letino, all’estremità opposta dei monti del Matese.

A capo di quel gruppo ci sono Errico Malatesta, Carlo Cafiero e Pietro Cesare Ceccarelli, tre esponenti di spicco dell’anarchismo che cova nell’Italia post-unitaria. Il Paese è stato unificato da soli sedici anni e in molte aree del Mezzogiorno ribollono moti di insofferenza che talvolta sfociano in veri e propri atti di ribellione. Il progetto di unificazione del Paese viene percepito come un’annessione e il nuovo Regno è visto solo come presenza di burocrati e militari che non riescono a dare risposte tangibili al disagio economico e sociale che pervade il Sud. 

Imperversa il fenomeno del brigantaggio e i monti del Matese sono una delle aree più attive e difficili da controllare da parte dello Stato. L’intenzione di Cafiero, Malatesta e Ceccarelli è di partire proprio da qui per soffiare sul fuoco della rivoluzione, utilizzando i contadini come principale forza per un’insurrezione da esportare poi nel resto del Paese. Il piano, romantico e ingenuo, è di raggiungere il borgo di Letino, arroccato su un colle facilmente difendibile, e da lì incitare alla rivolta i contadini di altri paesi.

La spedizione è stata organizzata con cura durante molte riunioni segrete tenutesi nei mesi precedenti. Gli anarchici puntano sull’effetto sorpresa. Ma qualcuno fa la spia, e così nella notte tra il 4 e il 5 aprile c’è una sparatoria coi carabinieri. Alcuni rivoltosi vengono arrestati, gli altri decidono di partire subito. Sicché all’alba del 5 aprile comincia il viaggio su per il versante della montagna, e in tre giorni di saliscendi per crinali e pianori il gruppo raggiunge Letino. Qui gli anarchici occupano il municipio, staccano dalla parete il ritratto del re e dichiarano caduta la monarchia. Poi bruciano gli archivi e i documenti catastali. Infine radunano in piazza gli abitanti del paese e uno dei capi, forse Errico Malatesta, pronuncia un discorso in cui spiega lo scopo della rivolta: abolire la proprietà privata, dare la terra a tutti e distribuire equamente il potere. 

Secondo la leggenda, alcuni contadini e pastori si dichiarano d’accordo e chiedono ai rivoluzionari di portare a compimento il piano. La risposta di Malatesta è secca: «I fucili e le scuri ve li aviamo dati, i coltelli li avite. Se vulite facite, e si no vi futtite». In altre parole, il gruppo degli anarchici deve ora dedicarsi ad altri paesi, quindi se gli abitanti di Letino vogliono la libertà devono imbracciare le armi e darsi da fare.

L’entusiasmo è alto, persino il parroco del paese aderisce alla lotta, dichiarando che tutto sommato anche il Vangelo parla di socialismo. I rivoltosi si recano poi nel vicino borgo di Gallo Matese e anche qui vengono ben accolti dagli abitanti. Ma intanto l’esercito è arrivato fin quassù in montagna e con migliaia di uomini circonda tutta la zona. La resistenza dura quattro giorni, ma alla fine gli anarchici ormai in fuga sono costretti ad arrendersi e vengono arrestati. Evitano la pena di morte solo grazie all’intercessione di Silvia Pisacane, figlia di Carlo, caduto nella spedizione a Sapri del 1857.”

“Dopo la morte del padre, Silvia era stata adottata da un altro membro della spedizione, Giovanni Nicotera, che “desso è ministro dell’Interno. L’intervento di Silvia è fondamentale, quindi, per garantire agli anarchici un processo, che si tiene l’anno seguente a Benevento.

Il gruppo dei rivoltosi, ormai noto come Banda del Matese, gode di molte simpatie nella popolazione, anche perché nell’area il brigantaggio è ancora forte. E alla fine il processo si conclude con l’assoluzione di tutti gli imputati. Intanto è cominciata in tutta Italia una vasta operazione repressiva finalizzata a neutralizzare i movimenti anarchici e i loro progetti di insurrezione, sicché l’esperienza del Matese è destinata a rimanere isolata. E finisce inevitabilmente per essere avvolta da un alone di leggenda.

Un secolo dopo, il percorso degli anarchici viene seguito dagli Inti-Illimani, il famoso gruppo musicale cileno che in quegli anni, durante il suo lungo esilio in Italia, trascorre un periodo sui monti del Matese. Questa bellissima storia è raccontata nel documentario del 1976 Inti-Illimani: viaggio nel Sannio e nel Matese, di Ugo Gregoretti, trasmesso dalla RAI.

Oggi il percorso viene fatto ogni anno da vari escursionisti. L’idea è di Lerka Minerka, un’associazione culturale che si dedica a camminare in questa e in altre zone dell’Appennino.

Il viaggio sulle tracce degli anarchici è una bella occasione per scoprire il Matese, una montagna pressoché sconosciuta al confine tra Campania e Molise. Partendo dai paesini e dagli uliveti di bassa quota, alternati alla macchia, si raggiungono le maestose faggete e i pianori carsici, e le alte pareti rocciose che l’erosione non ha avuto ancora il tempo di addolcire. 

Verso nord si para una cortina di cime: il monte Miletto, una cima appenninica di circa duemila metri, e la Gallinola, appena più bassa. Lassù si intuiscono le valli solitarie e selvagge che conservano la neve fino a primavera inoltrata. E così doveva essere quando, in quell’aprile del 1877, qui arrivarono i “rivoltosi di Cafiero e Malatesta. 

Certamente passarono in basso, attraversando la conca in cui oggi c’è il grande lago del Matese. A mille metri di quota, è il lago carsico più alto d’Italia. Ma l’acqua vi si conserva solo grazie a una serie di dighe in terrapieno realizzate a inizio Novecento. È probabile perciò che la Banda del Matese non abbia trovato qui un vero e proprio lago, ma poco più che uno stagno.

Il Matese è così. Sulla sua superficie l’acqua non abbonda: si inabissa in inghiottitoi o si perde in profonde forre quasi inaccessibili. La circolazione idrica è quasi interamente sotterranea, affidata a un vasto reticolo di grotte che decenni di esplorazioni speleologiche hanno solo in parte svelato. Qua e là, su questa montagna, occhieggiano antri bui, ingressi di grandi abissi conosciuti fino a oltre mille metri di profondità, e le cui acque vanno ad alimentare lontane sorgenti.

Oggi il lago non si prosciuga neppure in piena estate. Anzi, dopo certi inverni nevosi ne resta tanta, di acqua. E tra i fitti canneti vengono gli uccelli a fare i loro nidi. Vivono in pace, da quando la caccia e la pesca sono proibite nel parco, che tra l’altro è appena diventato nazionale.

Chissà se questa montagna avrà mai la fama che merita. Oltre agli speleologi in cerca di abissi e a qualche affezionato escursionista, quasi soltanto i pastori hanno udito il riecheggiare delle greggi tra queste maestose pareti di roccia, soltanto i cercatori di funghi hanno annusato l’odore delle grandi faggete, col loro umido di muschio e di humus. Per decenni, quassù il turismo si è limitato a sporadiche gite domenicali. Ed è stato un bene, considerate le immonde devastazioni andate in scena a pasquetta e a ferragosto, fino a qualche anno fa.

Camminando in riva al lago si vedono le dighe e le altre opere realizzate un secolo fa per trattenere l’acqua. Nei pressi di una palazzina partono le grandi tubature che conducono l’acqua fino a valle, dove ancora oggi funziona una piccola centrale idroelettrica.

Poi il percorso che gli anarchici seguirono verso Letino sale, per superare il piccolo valico di Sbregavitelli. Da qui, voltandosi, il panorama è magnifico: sulla sinistra le cime brulle e le pareti, in fondo la gobba stondata del monte Mutria, sulla destra i rilievi dolci e boscosi del monte Maio. In basso se ne sta la grande conca del lago, elegante e solitaria.

Si cammina ancora nel bosco, prima di sbucare nella piana delle Secine, un’altra conca carsica chiusa tra i versanti rocciosi. Qui, da qualche parte sulla sinistra, ai piedi del monte Janara ci sono le sorgenti “del torrente Lete. Lo si intercetta più avanti, questo fiumiciattolo. Chissà quante storie sotterranee avrebbero da raccontare le sue acque, che prima di affiorare in superficie hanno attraversato grotte ancora sconosciute. 

Forse per questo il Lete è baldanzoso, e si fa strada dapprima nella piana, poi tra le rocce, fino a formare una piccola gola. Qui gioca ancora al piccolo esploratore, e sparisce in una grotticina per riemergere poco più avanti e da qui scorrere ancora alla luce del sole. Salvo poi, quando ormai manca poco a Letino, dirigersi spedito verso un’altra grotta e qui sparire nuovamente. E questa è una grotta importante, si chiama Cavuto, ha grandi sale e canyon sotterranei, e da alcuni anni qualche amministratore locale pensa di portarci i turisti.

Per ora ci entra soltanto l’acqua del Lete. E ormai la conosciamo, col suo vezzo di scomparire e riapparire. Infatti la grotta è un traforo, sicché il Lete sbuca dall’altra parte della montagna e con una grande cascata si getta nel vuoto, per poi scorrere verso valle.

Letino è là dappresso, sull’altura che Cafiero e Malatesta si illusero di poter trasformare in fortezza. Dopo quella breve rivolta, il paesino tornò ben presto al suo torpore. Tornò ai gelidi e ventosi inverni, e alle brulle estati montanare attraversate soltanto dalle greggi. E alle sue tradizioni di derivazione balcanica, come ancora oggi si vede dal costume tipico che le donne indossano nei giorni di festa.

E così è rimasto, Letino, quasi dimenticato per tutto il Novecento. Fino a quando, nel dopoguerra, la moda della villeggiatura al fresco ha risvegliato timidi tentativi di farne un luogo di vacanza. Qualche abitante di città, venuto da Caserta o da Napoli, ha acquistato una vecchia casetta in pietra con l’idea di rifugiarvisi nell’afa agostana. Ma per il resto il paesino è rimasto com’era: un susseguirsi di vicoli e case sul fianco della montagna, con una magnifica e dimenticata vista sulle cime del Matese.

Sentiero degli Internazionalisti. Anche così viene chiamato questo itinerario, che in tre giorni ricalca le orme dello sparuto gruppo che in quella primavera di fine Ottocento fu sospinto nei passi e nell’entusiasmo dalla voglia di riscatto per le terre del Sud. «Riscatto rimasto senza compimento», recita un’iscrizione al centro di San Lupo, nel punto in cui sorgeva la Taverna Jacobelli e da cui quella marcia rivoluzionaria mosse i primi passi.”

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